Project Description

FILU FERRU, l’acquavite di Santu Lussurgiu

Il progetto di packaging FILU FERRU, realizzato per le Distillerie Lussurgesi vuole promuovere una rete tra eccellenze. Tra le tante di Santu Lussurgiu emergono la distillazione e i ferri battuti. Entrambe le arti hanno secoli di vita. Mettere insieme due espressioni della bellezza Lussurgese è stato semplice. Un progetto per riconoscersi e proporsi al mondo.

Lavorare il ferro a Santu Lussurgiu.

Ci vogliono muscoli per lavorare il ferro arroventato dal fuoco.
E ci vuole precisione quando si sferrano i colpi di martello. Un mestiere antico, quello del fabbro, quasi scomparso oggi (sopratutto nelle grandi città) ma che resiste comunque al passare del tempo, mantenendo intatta la sua identità. Una cultura del fare resa attuale dal costante aggiornamento delle tecniche di lavorazione, che mantiene la stessa cura delle fasi del processo produttivo di ogni singolo manufatto così come la scelta attenta delle materie prime da utilizzare.

La lavorazione del ferro qui, a Santu Lussurgiu, ha un significato particolare. Si tratta di un ambito nel quale, grazie all’eredità di un sapere di antica ascendenza, quello della fucina, il paese esprime da sempre risultati di assoluta eccellenza, riconosciuti ovunque.
In passato era l’agricoltura il principale settore di riferimento. Per la campagna si costruiva di tutto: dagli aratri sino alle componenti dei carri trainati dagli animali, dalle forbici per tosare alle zappe, dalle roncole per pulire i sentieri ai cancelli per chiudere le tanche. A Santu Lussurgiu poi, dove l’artigianato equestre rappresenta ancora oggi una voce attiva dell’economia del paese, il fabbro ha sempre realizzato ogni sorta di imboccatura, staffe e speroni. Ma anche marchi e pastoie.
Una menzione particolare spetta alle realizzazione delle armi da taglio, poiché Santu Lussurgiu annovera tra i coltellinai più rinomati, apprezzati da un mercato che va ben oltre i confini dell’isola.

Ma il fabbro ha fornito per secoli manufatti non solo per tutte le attività lavorative della campagna. Il risultato del suo lavoro, un tempo regolato da un rapporto locale, diretto, tra artigiano e cliente, fatto su ordinazione, trovava applicazione che nelle necessità della vita domestica. Un tempo venivano forgiati attrezzi da fuoco come alari, parafuoco, spiedi, girarrosto e graticole d’ogni forma geometrica, braceri, macinini, ferri da stiro, contenitori per i liquidi, alambicchi per distillare, pettini, forbici, lampade. Oggi oltre alla produzione di letti, lampadari, bastoni per le tende, la produzione si estende anche ai complementi d’arredo allo scopo di rendere le abitazioni più belle e capaci di esprimere la personalità di chi le abita: battenti per i portoni d’ingresso, serrature per porte e finestre, cancelli, ringhiere per le scale interne, balaustre, punti luce degli ingressi.

È quindi facile capire come, nella cultura tradizionale di Santu Lussurgiu, il fabbro ha sempre praticato un mestiere di cruciale importanza per l’intera comunità. Dalla sua fucina sono usciti gran parte degli strumenti e degli oggetti indispensabili all’esercizio all’interno di una casa. In passato, rispetto a contadini, pastori o altri artigiani operanti nel paese, esso occupava uno dei gradini più alti nella scala sociale. A differenza dei suoi compaesani, impegnati nel campo della pastorizia e della agricoltura e le cui fortune dipendevano in qualche modo dai capricci della natura e delle stagioni, il fabbro traeva il suo sostentamento dalla produzione della propria fucina.

Santu Lussurgiu e l’acquavite.

A Santu Lussurgiu si è cominciato a distillare già nel Settecento. Ne parla il gesuita Francesco Gemelli, che ricorda come di acquavite «fassene gran quantità a Villa-Sidro, a S. Lussurgio e altrove». Più tardi il magistrato Francesco Maria Porcu descrive l’operosità del paese che «produce molto vino e quantità non indifferente se ne distilla, onde sorte un’acquavite superba, che se ne profonde in tutto il Regno».

Ma sarà l’Ottocento a dare a Santu Lussurgiu quella rinomanza nell’arte della distillazione che dura ancora oggi. Come testimonia l’Angius nel suo Dizionario Geografico, Storico, Statistico, Commerciale del 1837, nei primi decenni del secolo la produzione di acquavite diventò una fonte di sostentamento per molte famiglie Lussurgesi che diedero avvio ad una diffusa rete di distribuzione: il distillato caricato sui carri e cavalli veniva venduto, assieme ad altri prodotti locali, in numerosi centri dell’isola.

L’espansione della coltura della vite nei primi decenni dell’Ottocento e l’abbondante produzione di vini leggeri, ottenuti con uve non completamente mature, incoraggiarono la produzione di acquavite, facendo di Santu Lussurgiu uno dei maggiori produttori di distillato di vino, nella provincia di Cagliari e nel Circondario di Oristano.

Successivamente la presenza dei francesi segnerà, nella storia della distillazione Lussurgese, un momento importante per l’affinamento delle tecniche di distillazione e per la produzione di acquavite di buona qualità. È possibile, per esempio, che l’aggiunta di semi di finocchio selvatico (sa mattafiluga), nota tipica dell’acquavite Lussurgese, derivi dall’abitudine dei francesi di aromatizzare i liquori. La distillazione, molto spesso affidata alle donne, avveniva con l’ausilio di semplici alambicchi (sos limbicos) costituiti da una caldaia (sa brocca), un cappello (sa pùbula) e dall’apparato refrigerante (sa conca ‘e su limbiccu). Questi apparecchi, costruiti in rame, rappresentavano il modello più semplice del sistema di distillazione per ascensione. Il procedimento prevedeva il riscaldamento del vino che, trasformato in vapore, percorreva in via “ascensionale” (verso l’alto) il sistema refrigerante che condensava i vapori alcolici, riducendoli allo stato liquido. Il governo sabaudo non contribuì però all’espansione e allo sviluppo di questo settore. Seguendo la tradizione spagnola, allo scopo di controllarne la produzione e la vendita, introdusse pesanti disposizioni fiscali in materia di liquidi distillati.

Intorno agli anni Settanta, il bisogno di apportare alle casse dello Stato nuovi introiti tributari, portò al varo di una serie di provvedimenti restrittivi che raggiunsero livelli intollerabili e per certi versi disastrosi per l’attività dei piccoli produttori, legati ancora a sistemi artigianali. La legge Sella del 3 giugno 1874 n. 1952 vietò la libera distillazione casalinga a scopi commerciali: per poter distillare era necessario chiedere una particolare autorizzazione e il pagamento di una tassa. Iniziò dunque una lenta fase di decadenza e la produzione dei distillati si mantenne viva a solo a Santu Lussurgiu, Villacidro, Sorso e Sennori. Questi provvedimenti ebbero l’effetto di favorire la produzione clandestina di acquavite e nonostante le pesanti limitazioni, le famiglie Lussurgesi continuarono a distillare abbardente, preoccupandosi soprattutto di sottrarla alla vista degli agenti governativi. Per farlo utilizzarono i nascondigli (quadorzos) che le loro case offrivano: botole sotterranee ricavate negli strati inferiori dei pavimenti in terra battuta, intercapedini appositamente realizzate nello spessore dei muri portanti di casa, mobili a doppio fondo, nascondigli ricavati nelle alzate dei gradini, e in fine, le buche scavate negli orti.

A quest’ultima pratica si deve l’eufemistica denominazione di FILU FERRU, secondo cui i distillatori clandestini, prima di sotterrare i fiaschi o le damigiane piene di acquavite, erano soliti ancorarli con un “fil di ferro” abbastanza lungo da fuoriuscire dal terreno, in modo tale che la parte emergente servisse da segnale per il successivo recupero.

Le nuove etichette del FILU FERRU.

Sei soggetti, sei etichette per le abbardenti distillate da vini bianchi freschi e da varietà a bacca rossa, scelti per la loro struttura e per le loro qualità organolettiche. Sono ottenute utilizzando alambicchi in rame a bagnomaria, con procedimento discontinuo e a doppia distillazione. La riduzione del contenuto alcolico, per portarlo alla gradazione di consumo, è ottenuta con l’acqua delle fonti di San Leonardo de Siete Fuentes, acqua minerale naturale che sgorga dalle fonti della rinomata località situata a pochi km dal paese di Santu Lussurgiu. La leggerezza di quest’acqua rappresenta una caratteristica fondamentale per ottenere un’acquavite in cui si mantengono intatti profumi e sapori delle prezioso vino d’origine. Il successivo affinamento avviene in cisterne di acciaio per almeno un anno, oppure in botti di rovere per un periodo minimo di 12 mesi. Quattro varianti: secca, affinata in barrique, aromatizzata alla liquirizia, aromatizzata al finocchietto selvatico.